Bisognerebbe andare a pescare

Una volta in vita mia andai a pescare.
Fu ovviamente un’esperienza disastrosa.

Avevo otto anni…circa.

Eravamo io, mio papà, e la mia amica Shaula.
Shaula è il nome di una stella bellissima che sta nella costellazione dello scorpione, proprio sul pungiglione (!). Il che è tutto dire.

Non avevamo canne da pesca, ma togne.
La togna da noi si dice di una roba che è una specie di rettangolo di sughero, su cui si attacca il filo da pesca e poi ovviamente l’amo.
Non essendoci la canna, sono le mani del pescatore ad avere un contatto diretto col filo, e appena il pesce abbocca, il pescatore sente il filo che gli sega le mani. Ok?

Bene.
Cioè male in realtà, malissimo.

Fu un pomeriggio interminabile, in cui mio padre leggeva il giornale incurante dell’impresa, e la mia amica Shaula pescava più di Hemingway.
Si trattava di pesci guatto, noti alle cronache marine per essere così ricchi di spine da non poter essere mangiati. Forse fu il pensiero di questo che mi salvò dall’invidia assassina, o forse fu che l’invidia si trasformava, guatto dopo guatto, in disperazione.

Inoltre facevo il gioco del silenzio, perché papà mi aveva detto che i pesci non arrivano se si chiacchiera a voce alta, i pesci arrivano quando si fa silenzio.

Stavo zitta zitta zitta…e non pescavo una scarpa marcia.

L’unica cosa che restava da fare era contemplare il mare, che per me ai tempi era noioso quanto fare la comunione.

Avevo otto anni e mi sentivo sprofondare nell’abisso, stile capitano Achab.

MA (!!!)

Al calar del sole…

Sentii miracolosamente strattonare!

Dopo ore di silenzio lanciai un urlettino indecifrabile.

E cominciai a tirar su il fil…Ahia!

Mah…strattona di nuovo! Tu non sai quanto! Pesa e tira in giù più di una balena, sono emozionata! Sono emozionata come una balen…aaaa nononooo! Anche se il filo brucia! Shaula mi viene ad aiutare, ma io non voglio l’aiuto di quella STRONZA che ha pescato 800 guatti di MERDA quando io, mal che vada, sto tirando su una credenza del ‘700 intarsiata in oro PORCA VACCA! Papà! Papàààà! Papààààààààà! Urlo a squarciagola! Papàààààààà!

Papà.

Arriva! Di corsa! È l’uomo più forte del mondo, saprà cosa fare in un caso come questo! Gli passo la togna! Lui tira più forte che può! Sembra l’incredibile Hulk! E mentre tira sto filo segandosi le mani come fosse una questione di vita o di morte, io e Shaula guardiamo il mare in attesa di veder emergere..lo squalo tigre! L’assassino di ogni oceano!

Emerse una pietra.

Una pietra.

Pescai una pietra giuro su Dio.

Una pietra grigia e gialla.

Una pietra di merda.

Il che è tutto dire…

E accanto alla pietra attorcigliata nel filo da pesca, c’era un pesce piccolo piccolo che aveva abboccato all’amo arrugginito, ma così piccolo, ma così piccolo…che a confronto il più piccolo dei 195.000 guatti di Shaula era grande il doppio.

Ecco.

Questa è la storia.

Ora:

l’altro giorno…ho letto sul giornale che è morto un pescatore eccezionale.
Pescava eccome, e faceva anche tantissime altre cose, ed era vecchio come il cucco, ed aveva un sorriso simpaticissimo, e poi chissà che altro…

Mi ha commosso.

Perché la foto sul giornale, la foto del pescatore eccezionale, racchiudeva un segreto che a me era sfuggito.

Il segreto della contemplazione, del prendersi un tempo, per pensare, per guardare il tramonto e attribuirgli un significato reale ed immenso, un tempo per pescare appunto.
Guardando quella foto capii che c’era stato un giorno preciso, un tempo perfetto, in cui anche io ero stata ore ad aspettare che abboccasse un pesce…e non ne avevo capito il valore, anche se avevo otto anni e ad otto anni si potrebbe intuire ogni mistero. Si potrebbe godere più di qualsiasi adulto delle gioie di un’attesa fantasiosa e contemplativa. Si potrebbe attribuire un valore sorprendente ad una pietra, pescata grazie all’errore di un piccolissimo pesce, che abboccando ad un amo, si spaventa, e gira gira gira tutto attorno, senza accorgersi che si sta attorcigliando.

E poi non è strano? Vivere in un Paese circondato dall’acqua, e con fiumi giganteschi che lo attraversano da sinistra a destra, ed essere andata a pescare solo una volta? No?

Dimmi tu, in questo Paese fracassato in un andirivieni di uomini d’affari e finanzieri, in queste città futuriste votate agli appalti fasulli e alle banche intercontinentali, se muore un pescatore, cosa succede?
A chi duole veramente, al di là dei famigliari?
Ne risente forse la Borsa di Milano?
O è piuttosto la riva del mare, la sponda del fiume…a provare dolore?

Ecco.

Questa è la domanda.

E siccome la risposta è ovvia…
Propongo di andare a pescare.

Tutti.

Pensa che rivoluzione!?

Tutti…lungo la sponda del fiume…
in riva al mare.

Ci saranno le ultime ruote del carro (stile me), e ci saranno i pescatori eccezionali (stile il pescatore eccezionale), ma non ho dubbi che questo Paese abbia bisogno di questo, tanto quanto di città futuriste e totalmente prive di forza di traino.

La cosa da non dimenticare è, che per avere accesso alla città futurista, devi accettare le normative economiche che vedono il guadagno come un valore da inseguire.

Per andare a pesca invece…ti basta contemplare un tramonto, fosse anche quello di una vita.
Ti basta un piccolo rettangolo di sughero, un filo di plastica, e una cosa acuminata in fondo in fondo, che guarda caso si chiama…

amo.

[il che è tutto dire…]

 

Irene Serini @Caleidoscopic1

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