Il senso eternamente contemporaneo di essere italiani

 

Che senso ha oggi, essere italiani?
Posto che abbia avuto senso in passato.

Se è vero come diceva quello, che: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani…” è vero anche che l’Italia non è stata fatta dagli italiani, altrimenti sarebbero già stati fatti nel momento in cui si fece l’ Italia. Invece no, gli italiani erano ancora da fare, o almeno così sembra, per sentito dire.

Anyway, ad un certo punto si saranno fatti.
Non sappiamo bene come, non sappiamo esattamente quando, ma si saranno fatti certamente. Altrimenti saremmo arrivati all’appuntamento con l’Europa, che gli italiani erano ancora da fare. Sarebbe stato tutto da ridere, visto che si sarebbe arrivati ad un appuntamento a cui qualcuno mancava, e che quel qualcuno eravamo noi.

Gli italiani
non-fatti
stra-fatti
nulla-facenti
eternamente
contemporanei

Eternamente-contemporanei è una specie di ossimoro, in questa lingua che ci accomuna soprattutto per la scarsa capacità che abbiamo di utilizzarla (me compresa s’intende, non voglio negar nessuna evidenza!). Eppure io sento, dall’alto della mia passione zodiacale sento…che “eternamente contemporanei” ci riguarderebbe in ogni caso, anche se fossimo ancora lìlì per farci.
Anzi ci riguarda proprio!

Italiani
work
in
progress

eternamente
contemporanei

Ordunque, orbene, giammai, insomma: andando avanti col ragionamento linguisticamente assurdo che anela risposte giuste a domande tutto sommato prive di senso.
Gira che ti rigira…
sembra che l’Italia abbia bussato alle porte dell’Europa senza che nessuno dei miei amici all’osteria fosse pronto a garantirne l’identità. Ci si sentiva tutti un pochino in fieri. Tutto sommato l’Italia è un paese giovane rispetto a tanti altri che sulla cartina geografica e non solo, la sovrastano. Questa è pur sempre una giustifica! Noi italiani siamo giovani, e quindi siamo ancora alla ricerca di una nostra identità perduta, che poi forse, o perlomeno probabilmente, o sicuramente con certezza, non fu mai costruita.

Al di là del cibo ovviamente.
Il cibo resta sacrosanto!
Il cibo non si tocca.
Da sud a nord.
Pummarola ‘ncoppa
Il cibo eterno!

A panza piena si risolve ogni enigma.
Chi di noi si azzarderebbe a negarlo?
Io no di certo!

Ah, identità…identità…i…denti…tàtàtà!
Questa parola sopravvalutata.

Il buon Giorgio Pressburger, che tutto si può dire tranne che fosse italiano.

[non perché di fatto non risultasse tale (essendo ungherese naturalizzato italiano) ma perché, di fatto, non lo era. Uno che parla 7 lingue o giù di lì non può essere italiano, tanto più se sceglie di vivere a Trieste…città aliena a qualsiasi italianità]

Ebbene dicevo, il buon Giorgio Pressburger ci lasciò con un bel sorriso dei suoi qualche mese fa. Ma prima di andarsene nell’al di là…profetizzò l’inutilità dell’identità. Voilà! Secoli e secoli di storia in cui ci siamo fatti il sangue marcio per scoprire l’identità del singolo, l’identità nazionale, l’identità de ‘sti cavoli….arriva lui, sorride e dice: l’identità è una parola sopravvalutata.

E poi muore per giunta!

Come un Mago che ride…
e scompare.

Ebbene dicevo, e per la terza volta ripeto, il buon Giorgio Pressburger…aveva, beato lui, ragione.

Ah identità i…denti…tàtàtà…
questa parola sopravvalutata.

Ora pensiamoci un attimo.
Se l’identità nazionale o quale che sia, è granitica, rischia di diventar pericolosa, e come diceva il grande Mago ungherese:

«Sotto ogni ricerca o proclamazione di identità agisce la convinzione, più o meno consapevole o mascherata, della sopravvalutazione di sé e del disprezzo per l’altro»

Eccola l’eredità, il potente asso nella manica da rilanciare sul tavolo da poker!
Ecco come tramutare quello che credevamo essere un handicap, un deficit, un default…in punto di vantaggio!

Alla tavola rotonda dei Cavalieri dell’Europa Unita sono seduti da tempo immemore anche gli italiani, che sanno di non essere più che di essere.
Sanno di non essere tedeschi, non essere francesi, e nemmeno spagnuoli…
Italiani, creature prive d’identità comune ma proprio per questo, avvantaggiate.

Noi potremmo essere i professionisti del dialogo interculturale.
Mica perché laureati o baccalaureati all’Università del non si sa ché.
Ma perché d’indole naturalmente allenata al dialogo con chi vive a un centimetro di distanza da noi, nella cittadina vicina vicina, nel paese a fianco che sta sotto un’altra provincia, pronti ad accogliere più che a criticare, pronti al dialogo più che al campanilismo, pronti a considerare la differenza caratteriale, gastronomica, intellettuale dell’altro, una ricchezza da godere e non uno svantaggio da annientare.

Al solito, per quel che mi riguarda, l’articolo scritto dovrebbe cominciare a questo punto.
Invece io qui, tronco.
Non ho tempo di scrivere ancora.
Non mi curo di trovare soluzioni solitarie, e stabilire nuove leggi pedantissime, oltre a quelle già ammuffite contro cui mi batto giorno per giorno.
E poi tu non avresti tempo di leggere, come è inevitabile.

Me ne vado, ti mollo qui in mezzo al tutto.

Questo è un articolo probabilmente privo di senso anche se il titolo ne millantava la ricerca.
Ricorda una cosa però.
Una cosa almeno.
La più semplice, diretta e significativa.
La cosa più amorevole da dire in un contesto assurdo come questo:
c’è una legge che ci unisce, tutti, al di là di ogni confine anche solo caratteriale.
Una norma…anormale.
Una caratteristica gioiosa.
Un fatto, inesorabile.
Te lo dico anche se ti dà noia sentirlo.
Te lo dico, in verticale.

Eccolo:

stronzi
siamo
tutti
ma
siamo
anche
il
contrario…

Questo è il bello.

 

*foto Gianni Berengo Gardin

Irene Serini @Caleidoscopic1

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