Il Cesare che visse in ogni tempo

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un momento dello spettacolo GIULIO CESARE, regia di Nicola Alberto Orofino, ottobre 2013. Foto di Gianluigi Primaverile

 

Era il mese di marzo del 2011,

durante i miei viaggi da Catania verso Agrigento in corriera, quando mi capitò di leggere un magnifico scritto di Adriano Sofri, La notte che Pinelli. Un resoconto giudiziario intenso e difficile, impregnato di dubbi e di passione. Il fatto è tristemente noto: l’anarchico Pino Pinelli, chiamato come testimone a seguito della strage di Piazza Fontana, vola da una finestra della Questura di Milano in circostanze mai chiarite.

Essere fermati e portati in una Questura, era nel conto. Ora era entrata l’eventualità di essere fermati e condotti in una Questura e uscirne da una finestra del quarto piano. 

 

In un Paese democratico la Questura è per definizione il luogo nel quale la privazione della libertà temporanea dovrebbe sposarsi con l’idea di uno spazio di tutela e garanzia…

Dovrebbe.

Credo che quel volo di Pinelli, un uomo qualunque, racconti la disperata necessità di autonomia e libertà del popolo italiano.

Quasi un’angosciante metafora della storia italiana.

La lettura di quel testo mi fece pensare al Giulio Cesare di William Shakespeare.

Dramma politico perfetto, Giulio Cesare di W. Shakespeare racconta gli ultimi giorni di vita del dux romano, il suo assassinio, e le conseguenze politiche della congiura.  Un testo denso di teorie e dottrine e segnato da un forte approccio realpolitik.

Ad un Cesare si sostituisce sempre un altro Cesare…

Il cesarismo, più che Giulio Cesare è il protagonista di quel dramma.

Non un paragone perfetto, ma io penso che da Giulio Cesare in poi il nostro Paese ha visto un succedersi di esperienze forti al governo sempre concluse con importanti movimenti di ribellione stroncati poi da nuovi cesarismi ancora più energici dei precedenti.

Le forme più o meno dichiarate di tirannia non si contano: la presenza costante di una autorità assoluta religiosa e politica (il papato) , l’esperienza della casa Savoia, il fascismo, il ventennio berlusconiano, la nuova era renziana, la  cessione di una parte significativa della nostra sovranità (il dover rispettare norme capestri contenute nei trattati internazionali in nome dell’ideale europeo, non permette il pieno autogoverno del nostro Paese e ci mortifica nei confronti dei partner europei economicamente più robusti.) Questi cesarismi (in senso largo) umiliano i cittadini e smentiscono tutti i principi di libertà morale e di dignità dell’uomo.

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Era il mese di marzo del 2011,

il tempo del crepuscolo del Cesare/Berlusconi, che nel ventennio precedente aveva affidato ruoli istituzionali sempre più importanti a star televisive, cantanti, subrette, serve, figlie di…, a servizio del capo nelle notti allegre. L’uso dell’avvenenza femminile per far carriera non è certo una peculiarità dei nostri tempi, ma l’invasione nel campo della gestione della cosa pubblica è un fatto che pone numerosi interrogativi. Oggi il dibattito nel nostro Paese circa la presenza femminile nelle istituzioni è centrale perché esiste un problema di democrazia paritaria. Le cause della scarsa rappresentanza femminile sono storiche (le donne votano solo dal 1946 ed è solo da quel periodo che possono essere elette anche a cariche pubbliche). Esistono peraltro motivi di natura culturale e sociale perché è ancora tristemente diffuso il pregiudizio relativo alla scarsa capacità, inadeguatezza o inadattabilità della donna nel gestire situazioni di governo e comando.

Tutte queste riflessioni mi portarono a immaginare che se un giorno avessi messo in scena Giulio Cesare, avrei affidato i ruoli dei congiurati a delle donne. L’uccisione del maschio/Cesare avrebbe significato l’estremo atto di ribellione, di anni di dura lotta per la conquista delle pari opportunità; il suicidio delle congiurate Cassio e Bruto e l’avvento del nuovo maschio/cesare (Ottaviano) avrebbero testimoniano che ancora lunga è impervia è la strada che conduce verso la realizzazione  degli ideali di libertà e di democrazia, riconosciuti certo, ma mai  portati a compimento.

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Due anni dopo, ottobre del 2013…

l’ho messo in scena davvero quel Giulio Cesare

Il logo dello spettacolo era questo:forza italia.PNG

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In questi giorni, Aprile 2016,

ho rimesso in scena lo stesso spettacolo.

Il logo scelto per questa ripresa è questo:logo giulio cesare

 “Ad un vecchio Cesare succede sempre un nuovo Cesare”, è la tesi del Bardo.

Nel Bel Paese soprattutto, aggiungo io.

In questa triste epoca, tristemente uguale a tante altre, in cui il senso dei valori della convivenza democratica sembra essere calpestato da un corposo rigurgito assolutista (in nessun altro modo saprei commentare il recente invito di un Presidente del Consiglio a disertare le urne),  il contenuto di quelle riflessioni  mi sembra attualissimo.

Dev’essere con la sua morte, ripete Bruto…

 

ma quale senso può avere la morte di un Cesare se tanto ad un Cesare si sostituisce sempre un altro Cesare?

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In questi giorni, Aprile 2016,

in un altro articolo ItalianSelfie (clicca qui per leggerlo) Irene Serini si domandava dove fossero finiti gli elettori italiani ironicamente paragonati a delle trote

Scriveva:

Ma le trote dico io, dove sono finite le trote?

Quelle che prima di morire saltano!

Quelle che combattono contro il faticosissimo respiro delle branchie fuor d’acqua!

Le trote italiane potrebbero scegliere (!!!) di combattere saltando

 

Approfitto e aggiungo:

Vivere ha senso per vedere il giorno in cui le trote italiane sceglieranno di combattere e sconfiggere l’immortale Cesare italiano.

Nicola Alberto Orofino @nicalbe

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