Le trote prima di morire, saltano.

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L’altro giorno facevo jogging stile Barbara Bouchet anni ’80. Stavo in un posto che si chiama Tione, in provincia di Trento, e correndo correndo, ho raggiunto un piccolo allevamento di trote.

M’è venuto da ridere e mi sono fermata, rinunciando all’istante alla secolare battaglia personale contro la cellulite! Va sempre così con quelli come me: hai un obiettivo, e lungo la via arriva qualcosa di splendido a distrarti, perciò sei sempre in ritardo e la cellulite imperversa.

Insomma, dicevo che mi fermai a guardar le vasche dell’allevamento di trote, e che vedendo le trote saltellare allegre divenni allegra pure io. Perché si. C’è qualcosa di stupendo nel salto di una trota, come in quello del delfino, del sarago, e dell’essere umano.
Mi sono chiesta cosa ci sia di realmente meraviglioso…

Sai cos’è?

Che la trota saltando supera il confine imposto dall’acqua.
Mentre l’essere umano saltando supera il confine imposto dalla terra.

Bello no?

In questa cosa specifica di superare un confine anche solo per un istante breve, io trovo una quantità di energia vitale stile Big Bang, che mi commuove.
Intendo dire che la vita la ritrovo in ogni salto quantico, perché saltare significa andare a caccia di altro, scoprire un nuovo Universo; e che il salto quantico si ritrova pure in una vasca piena di trote salterine, nella loro volontà di potenza sprigionata in quel gesto estremo, gioioso, brillante come le squame che riflettono i raggi del sole…#UnDueTreOps!
Chi salta è vivo.
Infatti la trota, come qualsiasi altro pesce, quando viene pescata continua a saltare e saltare disperatamente, come gridasse senza voce la sua voglia di vivere, come combattesse il mostro della falce senza martello con quell’unica arma possibile, il salto.

Così mi saltò in mente un cosa ridicola e terribile che mi capitò a 25 anni.
Stavo a Palermo ed ero felice, di quella felicità che come dicono i vecchi, riescono a godersi solo le persone giovani.
Andai a pranzo in una trattoria appiccicata al teatro che era gestita da un signore simpatico, ma così simpatico, ma così simpatico, che ci stava simpatico a tutti.
Andai a guardare che pesce era rimasto in quell’assurdo carrellino col coperchietto di plastica trasparente dove si tiene in bella vista il pescato del giorno.
C’era un povero sarago sperduto.
Il signor oste simpaticissimo, mi si avvicinò con un sorriso da squalo e mi disse con accento palermitano, che purtroppo non riesco ad imitare:
– Questo è un esemplare splendido!
Io lo guardai muta come un pesce.
Lui iniziò un panegirico che non ti dico, meglio di qualsiasi attore di teatro, roba da farti venire l’acquolina in bocca, quel pesce a suo dire aveva in sé tutti i sapori del mondo, era imperdibile, era roba che se fosse arrivato uno di quei tizi grassi che scrivono per il Gambero Rosso, gli avrebbero dato l’Oscar!
Io continuavo a tacere, e lo guardavo come ti guardano i bambini mentre gli racconti favole.
Ad un certo punto lui, all’apice del suo pezzo, disse a gran voce che quel pesce morto era così fresco, ma così fresco, ma così fresco, che se l’avesse preso e gettato a terra, il pesce avrebbe fatto un salto tale da ritornare sul carrellino espositivo del pesce! Una cosa pazzesca, mai vista, da Guinness dei primati! Spalancai la bocca.
– Glielo faccio vedere signorina?! Lo lancio a terra e vede come salta! Torna nel piatto torna! È fresco più della Madonna!
Io non fui tempestiva, come sempre quando mi faccio prendere dallo stupore.
Sicché lui ripeté più volte di seguito – Glielo faccio vedere? Glielo devo far vedere? Deve vedere che salto signorina!
Ad un certo punto feci si con la testa.
Lui impugnò il sarago.
Lo tenne sospeso per un po’ guardandomi fisso negli occhi.
Dopo di che…
Lasciò la presa di botto!
Il sarago cadde!
Splach!
Rimase lì…
Piantato a terra…
Senza speranza…
Morto stecchito.

Mi veniva da piangere perché ci avevo sperato e non era accaduto, e invece mi misi a ridere, come di fronte ad una barzelletta.

Sai perché te lo racconto?

Perché ieri, domenica 17 aprile 2016, è stato un giorno memorabile.
Il giorno del cosiddetto #ReferendumTrivelle.
Il prestissimo dimenticato memorabile giorno, in cui il capo del governo entrato in parlamento senza manco un voto, ha chiesto al popolo italiano di non andare a votare, ed è stato ovviamente ascoltato in remissiva penitenza di pensiero, da una spietata maggioranza di persone.
ALLEGRIA gridava l’ormai stra-defunto Mike Bongiorno.
Non ci resta che ridere…tanto ormai la cosiddetta Repubblica Italiana vale quanto una barzelletta, quanto un sarago stecchito, di cui si grida è fresco fresco fresco e invece è decomposto.
Ma le trote dico io, dove sono finite le trote?
Quelle che prima di morire saltano!
Quelle che combattono contro il faticosissimo respiro delle branchie fuor d’acqua!
Le trote italiane potrebbero scegliere (!!!) di combattere saltando, potrebbero scegliere senza delegare la scelta ad un qualsiasi oste di Palermo, o ad un qualsiasi caprone che dice di chiamarsi Nettuno, senza conoscere né la dolcezza di certe acque, né le profondità del Mare.

Irene Serini @Caleidoscopic1

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