Marco Porta | la curiosità del presente

modern-times-chaplin-charlie-chaplin-30690758-2000-1544CURIOSITÀ: È un istinto che nasce dal desiderio di sapere qualcosa. A lungo considerato un comportamento negativo (l’Eden si perde per la curiosità di Eva, Psiche perde Amore per la curiosità di guardarlo in viso) oggi è considerato…il carburante della scienza e delle discipline dello studio umano. (Wikipedia)

Marco Porta è una persona curiosa.
Per questo ho voluto scrivere di lui a più riprese.
La curiosità è contagiosa.
Almeno nel suo caso, essendo a uno stadio avanzatissimo.
Credo esistano vari livelli di curiosità.
A volte, si può aver la sensazione di starci di fronte, invece no, è altra roba, roba poco fertile, roba cosìcosì. In altri casi la curiosità arriva fino a un certo punto, poi basta, ci si tranquillizza. E poi livelli su livelli, con variazioni specifiche per ognuno di noi che siamo curiosi a tratti, ad argomenti, a orari, fino ad arrivare al livello estremo.
Il livello Marco Porta.
Questo livello massimo si esprime quando la curiosità è presente ogni secondo, caratterizza ogni pensiero, ogni gesto anche microscopico.

Esiste un esercizio che si propone a teatro ai giovani attori.
Si mette un bicchiere d’acqua su un tavolo al centro della scena.
L’attore deve bere l’acqua.
Punto.
Detta così può non sembrar granché.
Ma credimi, è stupefacente veder la differenza che passa tra chi si beve il bicchiere preoccupandosi di schioccar la lingua sul palato, come a dir che l’acqua l’ha dissetato, legando così il gesto a un pregiudizio (a volte non basta un bicchiere d’acqua a toglierci la sete…), e chi si preoccupa di contemplare ogni istante in cui la propria mano si avvicina al bicchiere, sentire la reazione che gli procura il contatto col vetro, avvicinare con grazia il bicchiere alla bocca, bere ogni sorso, appoggiare con cura il bicchiere sul tavolo, e andarsene via…bevuto.
In questo secondo caso, si beve un bicchiere d’acqua, con curiosità.
E si recita pure bene.

Marco Porta: Camminare è un’esperienza straordinaria.
Irene: Camminare!?
Marco Porta: Si.
Irene: Ma da Casale Monferrato ad Asiago è peggio che farsi Santiago de Compostela!
Marco Porta: Ecco, in questo sei italiana.
Irene: In che senso?
Marco Porta: Gli italiani chissà perché, se ti vedono camminare pensano che vai a fare il cammino di Santiago. Ne ho trovati parecchi lungo la via che mi dicevano – Per Santiago devi andar dall’altra parte!
I: (Ridendo) Si preoccupavano per te…che prendessi la giusta direzione.
MP: Partendo da Casale mi ero imposto di salutare tutti quelli che incontravo per strada. Il primo che mi rispose sai quando arrivò?
I: Ad Asiago!
MP: Non farla tragica!
I: Non ti rispose nessuno!
MP: A Voghera!
I: La casalinga?
MP: Un tizio che stava riparando il pennone di un circo. Sulle prime pensai non fosse italiano, magari invece lo era.

Camminare è un’esperienza straordinaria, se la affronti con curiosità, anche in un Paese come il nostro dove mancano marciapiedi. Si! Perché, come dice Marco Porta, troppe sono le strade dove si è costretti a camminare appiccicati al guardrail, una delle tante nostre ingiustizie…

Camminare è un’esperienza, non si può fare al computer.

Camminare si può su due piedi, su due piedi e un bastone, perfino sulla sedia a rotelle.
Finché non arriva il punto, l’istante preciso, in cui non si cammina più.

MP: Camminare è un’ esperienza che ti mette a contatto con la lentezza, capisci molte cose del carattere delle persone.
I: Camminando insieme?
MP: Contemplando gli altri.
I: Che rapporto hai con i tuoi studenti?
MP: …Vuoi sapere se ci vado a camminare?
I: Beh, anche si, nel senso…che tipo di dialogo reale può esserci tra generazioni differenti?
MP: Ma lo associ al camminare?
I: Non saprei…non particolarmente in effetti.
MP: No perché stavamo parlando di camminare e tu mi salti fuori con gli studenti.
I: Si. In effetti…
MP: Eh…
I: Beh…
MP: Pensa alle gite scolastiche, portiamo i ragazzi a Venezia, Firenze, all’Expo, senza una reale progettualità. Nessuno propone mai, per esempio, di andare a piedi fino a Torino, di fare un’esperienza vera che ti dia un rapporto concreto con la fatica.
I: La fatica, questa sconosciuta.
MP: La fatica, l’arte, un concerto, il teatro…questi sconosciuti.
I: Io avevo un insegnante di musica alle medie che ci portava al teatro dell’Opera.
MP: Sarà stato un evento. Un caso eccezionale. Tu poi hai continuato ad andare all’Opera?
I: Si.
MP: Si ma perché ci saresti andata comunque, o perché la prima volta ti ci ha portato la tua insegnante?
I: Guarda che era ganzissima la mia insegnante di musica!
MP: Ho capito ma ti avrà portato a vedere la Boheme e poi festa finita.
I: Stai scherzando!
MP: No? (Ridacchia sotto i baffi)
I: Boheme, Butterfly, Aida, Italiana in Algeri, Figaro qua Figaro là…
MP: Non vi dava pace!
I: Eravamo felici!
MP: … (Facendo finta di non incuriosirsi)
I: Arrivava in classe con gli occhi fosforescenti, e ci raccontava raccontava raccontava con gioia di Puccini e compagnia cantante. E poi le storie, che erano tutte di amore passionale, andavo in brodo di giuggiole! Lei agitava mani e braccia al vento tipo direttore d’orchestra, tra situazioni strazianti e amori impossibili. Io tenevo la mano sul cuore, gestivo di nascosto la mia lacrima sul viso e mormoravo tremebonda che gelida manina se la lasci riscaldar.
MP: Ma eravate tutti conquistati o eri solo tu dalla lacrima facile?
I: Tutti! Pure i sordi!
MP: Esageri. (Ridacchia sotto i baffi)
I: Sai cos’era stratosferico?
MP: La musica è stratosferica.
I: Si ma…lei ci dava appuntamento all’entrata del loggione, quella laterale, due ore e mezza prima dello spettacolo, il biglietto costava 3000 lire ti rendi conto? Ce le mettevamo di tasca nostra. Le porte restavano chiuse fino a due ore prima, questo significa che aspettavamo un’ora al freddo e al gelo, tipo Campagna di Russia.
MP: … (Gli s’illuminano gli occhi da sotto gli occhiali).
I: Poi aprivano le porte e si saliva un fracco di scale, fino al cucuzzolo del teatro, lì dovevi aspettare un’altra ora buona prima che aprissero la sala. Ci si sedeva sulle scale, si chiacchierava coi loggionisti che sono tutti delle merde pazzesche!
MP: Irene!
I: Degli stronzi catacosmici!
MP: Ma insomma!
I: Quando si aprivano le porte dovevi essere pronto a uccidere. Era tutta una furia a lottare per avere il posto migliore, perché lassù è un attimo beccarsi un posto dove non vedi e non senti, e le tue 3000 lire vanno a farsi benedire. Io poi che volevo aver vicino la mia compagna di banco, Ingrid, urlavo con gli occhi iniettati di sangue in mezzo alla folla IIIIngriiiidIIIIngriiiid! Ingrid era una ragazza gigantesca, una super valchiria, solo che era buona come un tocco di pane, e non dava gomitate alla gente per un posto in prima fila loggione, così facevo io per tutte e due! Sembrava di stare al mercato.
MP: O a un incontro di box.
I: C’era chi faceva polemica fino all’ultimo momento urlando a gran voce che gli avevano fregato il posto. Quando provavano a farlo con noi, la prof di musica si alzava come una furia e ci difendeva a spada tratta.
MP: Ganzissima… veramente.
I: E poi a un certo punto calavano le luci, arrivava il buio, si apriva il sipario e…musica.
MP: Meraviglioso.
I: Meraviglioso, si.
MP: Meravigliosa questa prof.
I: Meravigliosa, si.
MP: Vi ha fatto vivere un’esperienza reale.
I: Si! Andare all’Opera era una specie di avventura.
MP: Ed è uscita dallo stereotipo culturale che vuole la prof di musica col piffero in mano.
I: Ma che dici? Volgare!
MP: (Ridendo) Scusa, il flauto dolce.
I: Col dolce flauto in mano, Marco? Diciamo serenamente in bocca!
MP: …è che veramente è uscita da uno stereotipo, da un modello di prof a cui siamo abituati da secoli, e vi ha fatto fare la giusta fatica, per vivere un’esperienza.

La giusta fatica per vivere L’Opera Lirica.
Era tanto tempo fa.

Chissà…

Esiste il presente.
C’è lo siamo detto molte volte.
Questo presente è l’unione tra chi è nato quando è nato, e chi è nato prima o dopo. Il presente era l’incontro tra noi studenti di 12 anni e una prof di musica dall’età apocalittica. Il presente sarà quando io e te che leggi potremo incontrarci, e andare a camminare insieme a Marco Porta. Il presente che è presente adesso, in questo momento presente e a cui dovremmo essere presenti tutti, vivi e morti, e invece ci sono solo i morti, che loro son presenti, te lo garantisco, lo so per certo, sono presenti, punto. Il presente, eterno, che sfugge, a cui nessuno ci ha educato, perché educare è impossibile e ingiusto. Garantisco anche questo! Lo so che solo i coglioni garantiscono, lo so che i bimbominkia esibiscono certezze mentre quelli col cervello sono pieni di dubbi, ma so anche che educare è impossibile e ingiusto, che Marco Porta insegna fisica al Liceo ed è padre di due figli ormai adulti, e lui lo sa bene quanto me, che educare è impossibile e ingiusto. Infatti lui non ha mai educato nessuno, è stato però sempre, presente. Presente. Presen-te!
Si relaziona coi ragazzi considerandoli persone portatrici di valore, e non gente da istruire o addestrare, mette in mostra la sua conoscenza nel modo migliore possibile e li aiuta a costruire un pensiero, come farebbe un’artista. Che un’artista questo deve fare: costruire pensiero! Ma quanti sono quelli che veramente lo fanno? Veramente. Ora! In questo presente a cui nessuno di noi è presente perché i programmi scolastici si fermano a Fenoglio e Pavese, qualche epistemologo se va di culo, e la merdosissima seconda guerra mondiale di cui abbiamo tutti le balle piene! Ma come dice Marco Porta, se l’insegnante di scienze insegnasse il programma fino al 1920, il libro sarebbe di 10 pagine! Ti rendi conto? Cristo d’un dio!

Che dici scrivo bene?
Son carina e delicata quando esprimo un parere?
Vaffanculo.
Ma no no no! È che mi vien da piangere.
Questo presente non si riesce a vivere, educati come siamo al passato, che a un certo punto si ferma e chissà cosa è successo dopo. L’unico risultato è di farci intendere la cultura (di cui ignoriamo il significato) vecchia più del cucco, priva di qualsiasi curiosità, educati come siamo, a credere che un bicchier d’acqua possa bastare a dissetarci. Eh, c’è ancora molta strada da fare! Beccati quest’ennesima frase fatta: C’è ancora molta strada da fare! E allora ti supplico, facciamola a piedi. Camminiamo contemplando tutto attorno, tutto il dentro, tutto quel che è stato fino all’altro giorno, e quel che sarà finché chissà, tutto questo presente che non sappiamo decifrare, ma impareremo ad avvicinare, un passo alla volta, passo dopo passo, un passo dietro l’altro, come si dice? Passettin per Passettin. Avanti Marsch! Cammina e non rompere, Argh!
Ciao.

Irene Serini @Caleidoscopic1

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