Caso Eternit

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LA STORIA PROCESSUALE

Il processo Eternit comincia il 22 Luglio 2009, quando il Tribunale di Torino rinvia a giudizio i due dirigenti della multinazionale Stephan Schmideiny e Louis De Cartier accusati dei reati di disastro doloso per l’inquinamento e la dispersione nell’ambiente delle fibre di amianto e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche negli stabilimenti di Casale Monferrato (Al), Cavagnolo (To), Rubiera (Re) e Bagnoli (Na). Il procuratore aveva chiesto venti anni di reclusione nei confronti degli imputati, una richiesta di condanna molto elevata giustificata dall’impressionante elenco di vittime e dal prolungamento del comportamento degli imputati nel tempo. La difesa, da parte sua, chiedeva l’assoluzione dei due imputati «per non aver commesso il fatto», «perché il fatto non costituisce reato per mancanza di dolo» e la prescrizione perché le condotte contestate si erano fermate nel 1986. Le colpe, se ci sono, sosteneva la difesa, è degli amministratori italiani che non sono intervenuti nonostante gli strumenti tecnologici e finanziari messi a disposizioni dai vertici di Eternit. Il 13 febbraio arriva la condanna a 16 anni di reclusione e al risarcimento per circa 3000 parti civili. Il 13 giugno 2013 la sentenza viene riformata  con l’innalzamento a 18 anni della pena.

Il 19 novembre 2014 la Corte di cassazione annulla clamorosamente le condanna dichiarando prescritto il reato di disastro ambientale e annullando i risarcimenti in favore delle parti di oltre ottanta milioni di euro.

Per i morti causati dall’Eternit (se ne stimano nel corso degli anni circa 3000) a Casale Monferrato non ci sono tutt’ora responsabili.

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LA FABBRICA DEL CANCRO

Così giornalisticamente è stata ribattezzata la vicenda del cementificio Eternit, quando la verità è venuta alla luce. La sua storia inizia agli inizi del ‘900, più precisamente nel 1906 e finisce nel 1986 quando su auto istanza la fabbrica fallisce.

Eternit aprì i battenti e Casale gioiva. Il sentimento dominante era di gratitudine ai padroni della fabbrica per aver dato occupazione a gran parte dei cittadini.

In questo clima il cementificio inizia la sua attività.

Produce molti materiali per l’edilizia, dagli ondulati alle tubature in cemento (o meglio in fibrocemento ovvero cemento e amianto) senza fare troppo caso al pulviscolo che tale attività generava. Alla fine della giornata lavorativa le tute blu degli operai diventavano bianche…

Polvere?

No.

In realtà si trattava di fibre di amianto che infiltrandosi nei polmoni dei lavoratori e dei cittadini, provocava una serie di sintomi fino alla morte per soffocamento. Eternit, contrapponeva ai primi dati e alle prime ricerche sulla nocività delle fibre, una vera e propria controinformazione. Si arrivava addirittura a sostenere che la colpa non poteva essere dell’amianto ma del lavoratore.

La verità era costantemente mascherata.

Alla fine degli anni ’70 nasce in azienda un servizio d’igiene e prevenzione. Periodicamente la dirigenza sottoponeva i suoi lavoratori a una visita medica ai polmoni. I referti erano sempre negativi.

Tutti sanissimi.

Ancora negli anni ’90 in congressi sia nazionali che internazionali, consulenti dell’Eternit e illustri scienziati mettevano in dubbio che la patologia che colpiva i casalesi fosse il mesotelioma pleurico (la gravissima forma di tumore provocata dalle fibre aerodisperse di amianto).

In realtà l’esposizione all’amianto ha provocato a Casale Monferrato un considerevole aumento dei tassi d’incidenza del mesotelioma pleurico di circa quindici/venti volte superiore a quello della media nazionale. Ne sono colpiti non soltanto i lavoratori ma anche i loro familiari e la popolazione tutta. Si presume che le cose non miglioreranno fino almeno al 2020, anno in cui si presuppone che i casi scenderanno, sempre che saranno messi in atto opportuni interventi di bonifica sui siti inquinanti.

Fino agli anni ’60, in presenza di scarsi diritti sindacali riconosciuti ai lavoratori, le cattive condizioni di lavoro  venivano utilizzate dai sindacati come argomento per avere dal datore di lavoro salari più alti. Attraverso le lotte nazionali degli anni ’60 e ’70 si sono ottenute maggiori tutele per i lavoratori italiani (lo Statuto dei lavoratori è stato emanato il 20 maggio del 1970), e anche i lavoratori dell’Eternit hanno cominciato a pretendere un ambiente di lavoro più sano. Cominciano tuttavia le prime rilevazioni in fabbrica fatte con metodi scientifici, si hanno i primi dati ambientali (preoccupanti) e si ottengono iniziali sistemi di aspirazione con filtro per contenere le fibre.

Negli anni che vanno dal 1980 al 1986 vengono presentate circa 800 denunce di malattie professionali. Viene disposta una perizia medica che rivela che la concentrazione di polverosità era talmente pericolosa da compromettere la salute di tutti i lavoratori.

A partire dalla fine degli anni ‘80 i sindacati e i lavoratori cominciano a lottare per la messa al bando dell’amianto, cominciano ad organizzarsi convegni, manifestazioni, sit-in davanti al Parlamento contro l’uso di amianto, casi individuali di casalesi malati di mesotelioma pleurico prendono sempre più spazio nelle cronache dei quotidiani.

Eternit diventa pian piano un caso nazionale.

Dalla fine degli anni ’90 cominciano anche le operazioni di bonifica.

Tutt’ora molto, moltissimo deve essere fatto perché tanti manufatti in amianto resistono e non sono ancora stati demoliti.

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Romana Blasotti Pavese

PROSSIMAMENTE SU ITALIANSELFIE…

Fin qui, in sintesi, la storia della fabbrica e i fatti. Una vicenda che parte da Casale, e diventa un caso che varca i confini italiani. Perché di fabbriche che producono amianto ancora ne è pieno il mondo.  Una vicenda esemplare di disastro ambientale rimasto impunito, ma non unica in questo Paese. Processi lunghi, prescrizioni brevi, pene esigue sono le maggiori cause dell’impunibilità. Fatti gravissimi, di cui pochi parlano, che spesso suscitano poco interesse e che fanno fatica ad emergere nei media nazionali.

C’è chi certe battaglie le vive un giorno, un mese, un anno. C’è chi invece le combatte coerentemente ogni santo giorno da decine d’anni, lottando per la propria Comunità, la propria Gente, la propria Memoria.”

Così c’ha detto  Romana Blasotti Pavese, simbolo della lotta all’Eternit, che ha guidato, fino alla sentenza di Cassazione, l’Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto.

L’abbiamo incontrata assieme ad Assunta Prato, autrice assieme a Gea Ferraris di “Eternit, dissolvenza in bianco” (edizioni Ediesse), una graphic novel che racconta il caso Eternit attraverso le vicende di più personaggi ispirati a persone reali che hanno avuto un ruolo significativo nella vicenda.

Un incontro che mi ha toccato molto non solo per l’impegno e la passione profusa, ma per il messaggio di consapevolezza e speranza che queste due donne lanciano per le nuove generazioni.

Tutto questo nel prossimo articolo ItalianSelfie…

Nicola Alberto Orofino  @nicalbe

 

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