Dentro il labirinto (parte II)

Linguaggi che creano identità

La parola.foto
Mezzo di comunicazione per eccellenza.
La parola racconta, descrive, emoziona, ferisce. La parola testimonia i cambiamenti politici, sociali, di costume. La parola si adatta ai nostri cambiamenti, alle nostre abitudini. Essa stessa è produttrice di trasformazioni. L’uso (o abuso) consapevole (o inconsapevole) che se ne fa, cambia la realtà. Si, perché la parola può essere manipolata, alterata, può essere svuotata o riempita di significati… La politica la travisa al fine di ottenere consenso popolare. I bugiardi la usano per simulare. Gli invidiosi se ne servono come sfogo e strumento di denigrazione. È il congegno preferito dai pettegoli e dai maligni. Chi parla in pubblico si preoccupa della sua pronuncia corretta. I teatranti e i poeti cercano di infarcirla di tutti i sensi e le passioni del mondo. Chi commercia la utilizza per convincere. I religiosi per dialogare con il cielo e persuadere i fedeli.

Dialogando con il libraio Giancarlo Giorcelli e con l’archivista Luigi Mantovani, mi viene in mente un volume del 2010 di Gianrico Carofiglio intitolato “LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE”, in cui l’autore esaminando cinque parole chiave del lessico civile (vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta) riflette sulla sopraffazione politica del linguaggio. In questo fortunato saggio, l’autore propone un percorso di recupero dell’uso che il potere pubblico fa del lessico, suggerendo un’operazione di manutenzione rigorosa, atta al reperimento della forza originaria delle parole esaminate, con l’obiettivo dichiarato di renderle aderenti alla realtà che viviamo.

Giancarlo Giorcelli e Luigi Mantovani pongono la questione esposta da Carofiglio sotto una prospettiva diversa.

Giancarlo:
“Credo che in Italia ci sia stato un forte degrado nel linguaggio pubblico in termini di violenza più che di manomissione delle parole. E una certa violenza del linguaggio si è spesso tradotta in un aumento dell’aggressività nella gestione delle relazioni umane. Un fenomeno che mi sembra trovi la sua cassa di risonanza ideale nella televisione, nei social network, nei media in generale. Autorevoli studiosi del linguaggio ritengono che il degrado delle società abbia avuto i sintomi iniziali proprio nell’imbarbarimento del lessico. La manomissione invece non mi scandalizza perché mi sembra essere un fenomeno costitutivo del linguaggio. Che poi i politici manomettano le parole chiave del lessico civile per finalità di consenso popolare, mi sembra un fenomeno tipico dell’iniziativa politica. Semmai occorrerebbe interrogarsi sull’intenzionalità o gli obiettivi più o meno edificanti che stanno alla base della manipolazione. La violenza del linguaggio esplosa negli ultimi 15 anni si è presto estesa al dibattito pubblico e, da questo punto di vista, non mi pare ci siano segnali di frenata.”

Luigi:
“Non mi sembra che la pratica di manomettere le parole sia prettamente un fenomeno italiano. I mezzi di comunicazione globale di oggi riproducono a livello mondiale ciò che altrimenti rimarrebbe un fenomeno locale. Al contempo proprio perché si tratta di processi che riproducono se stessi nel tempo e nella storia sotto forme diverse, l’unico modo che abbiamo per proteggere il linguaggio, è quello di mantenere costantemente vivo il ricordo del significato delle parole.”

Il linguaggio crea identità. Il linguaggio unisce. In un Paese come il nostro, con molti fattori di divisioni, contrasti e disequilibri, un linguaggio comune è un’opportunità d’incontro. E quando si parla di linguaggio che unisce, in Italia viene sempre in mente la musica. La lirica. Giuseppe Verdi innanzitutto.

In un’altra intervista ItalianSelfie (video intervista ItalianSelfie a Alessandro Marinuzzi) Alessandro Marinuzzi, regista, ci diceva: “Giuseppe Verdi è un grande esempio di cultura italiana apprezzata da qualunque ceto. Metteva d’accordo tutti, univa tutti. Verdi ha musicato anche libretti provenienti da opere di Shakespeare… e per questo è un bell’esempio di collegamento fra culture diverse.”

Giancarlo:
“Verdi è l’identità italiana. Te ne rendi conto se vai all’estero dove in genere ti semplificano molto la vita nel capire chi sei. L’Italia all’estero si identifica con la musica lirica. E quando si dice lirica, si dice innanzitutto Giuseppe Verdi. Si potrebbe
dire che l’Italia è un’invenzione di Giuseppe Verdi perché attorno alla sua musica un popolo, fino a quel momento frantumato, ha cominciato a prendere forma.”

Luigi:
“Al melodramma, io aggiungerei anche la commedia dell’arte. Ed è stupefacente come entrambe queste forme artistiche le ritroviamo praticamente intatte nel tempo. Anche il più grande romanzo italiano, I Promessi Sposi, se lo si legge pensando alle maschere create da Manzoni, diventa un grande canovaccio di commedia dell’arte. Da Plauto, a Ruzzante e Goldoni fino alla commedia italiana di Totò e Alberto Sordi… Queste continuità storiche danno una identità a questo Paese… La leadership italiana nel teatro arriva sino ai nostri giorni: Strehler e Ronconi sono colonne portanti della cultura mondiale.”

E Strehler e Ronconi sono citati anche da Alessandro Marinuzzi.

***

Queste continuità storiche danno una identità a questo Paese…

Comincio a capire che la ricerca di una radice italiana comune non può non tenere conto della complessità che ci restituisce la combinazione del fattore spazio/tempo .
Ogni incontro ItalianSelfie ce l’ha evidenziato.

Il tempo
e quindi la storia… il passato come chiave per leggere il presente e per costruire il futuro.

Lo spazio
e quindi un territorio suddiviso in comunità, ognuna delle quali con delle caratteristiche distinte che si ritrovano a convivere in uno spazio unitario.

Ce lo dice la scienza:
il concetto di distanza contiene inclusa la dimensione del tempo.
Come avevano compreso gli antichi greci, trattando dei paradossi di Zenone.
Come ci spiegheranno poi le teorizzazioni di Galieli e Newton fino ad arrivare a Einstein.

E ItalianSelfie, che non si occupa di scienza, ma di identità che si muovono nello stesso spazio (territorio) e che dialogano nel tempo (storia) non può non tenere conto di questo intricato LABIRINTO che attraversa montagne e generazioni, pianure e destini di popoli.

Nicola Alberto Orofino  @nicalbe

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