STATI UNITI | Luca Quaia alla scoperta di Zindis


Luca Quaia 2

Nei nostri giorni triestini, ci siamo ritrovati a Zindis, che è un po’ come dire ai confini della realtà.

Lo abbiamo fatto grazie ad una mostra fotografica intitolata: “STATI UNITI” Latitudine Nord 45°36’25,241” Longitudine Est 13°44’53,336” di Luca Quaia.

Zindis nasce come borgo di operai dei cantieri navali San Rocco, tra Muggia (in provincia di Trieste, la più piccola provincia d’Italia) e la Slovenia, e si ritrova ad accogliere nel 1954 un gruppo di persone in grado di dar vita ad una comunità dal forte senso di appartenenza. Persone che non si conoscevano, ma che rapidamente si sono aggregate, con complicità, simpatia, calore umano.

Tutti poveri a valutarne il conto in banca, tutti sradicati dalla propria terra.
Arrivarono a Zindis, perché non c’era altro posto dove andare, in quel momento, evidentemente… capita.

Luca Quaia li racconta.
Racconta il luogo in cui vivono e il modo in cui ha contagiato il loro animo.
Meglio ancora, li fa raccontare.
Che loro si raccontano da sé.

La mostra all’interno del Museo d’ Arte Moderna Ugo Carà, si presenta come fosse uno dei cortili di Zindis, le fotografie diventano panni del bucato stesi al sole, e tra una foto e l’altra si ritrova appesa pure qualche piccola dichiarazione dei protagonisti

Risultava all’improvviso che per pochi metri cascava sotto la Yugoslavia non più sotto l’Italia.
Io sono nato sotto l’Italia, scuole…due classi, anche se ero duro e non ho imparato un granché.
Risultava Yugoslavia e non più zona A e zona B.
Quando sono arrivato qua, risultavo come profugo straniero.
Come i Bulgari o gli Albanesi, come i Greci o i Croati.

Dopo il ’54 quando siamo venuti a vivere qua la chiamavano “La Piccola New York” o “Stati Uniti”. C’era molta gente. Eravamo tutti molto uniti. Come una grande famiglia.

Più di tutto ho amato i loro volti, che Luca ritrae con sguardo pieno di cura.
Volti parlanti.
Sia in foto che in video, dato che “STATI UNITI” è anche un documentario.

Il lavoro di Luca Quaia si occupa di portar memoria di un luogo e le sue anime. Chiede alle persone di raccontarsi, di far la propria autobiografia, di rendersi pubblici, trasmissibili, condivisibili. Sono tutti vecchi quelli che parlano, vecchissimi. Parlano di un tempo lontano, in cui non si sapeva che i nativi digitali avrebbero fatto capolino, e in un click avrebbero guadagnato tutto il terreno. Quindi è complicato…chiedersi, come in parte si chiede “STATI UNITI”, che tipo di ponte si può creare, tra generazioni differenti? Che senso ha oggi per un ragazzo di 15 anni sapere la storia di Zindis? Che senso ha per un vecchissimo del borgo raccontarsi?

Eppure, qualche giorno fa su ItalianSelfie abbiamo pubblicato un’intervista ad Alessandro Marinuzzi in cui il presente è descritto in modo illuminante:

La contemporaneità riguarda la compresenza nel tempo di culture che appartengono sia al passato che al futuro. Non vivo la contemporaneità come qualcosa di proiettato esclusivamente verso il futuro. Contemporaneità è la compresenza di presente, passato e futuro.
In questo contenitore contemporaneo io noto, come coloro che realmente hanno qualcosa da insegnarmi siano i giovanissimi. Quelli che vivono sulla propria pelle lo scarto del tempo di internet rispetto ai battiti del cuore. Loro sanno, che mondo è questo. Riconoscerlo significa anche riconoscere che il senso del tempo e dello spazio non è più, quello di una volta.
Ma esiste Zindis (!), dove non ci vivi se non c’hai almeno 90 anni, e Zindis, ha ancora qualche cosa da dire. È un ricordo, importantissimo, da conservare.

Irene Serini @Caleidoscopic1

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