L’ elogio al piccolo

Via Umberto. Una strada del centro di Catania. Era una strada allegra, viva, gioiosa. Potevi fare tutto in via Umberto. Da piccolo era il luogo delle passeggiate con mia madre. Mangiavamo il gelato in una piccola gelateria e adoravo la pizzetta di un piccolo bar. Compravamo i vestiti in una piccola bottega inspiegabilmente cara a miei genitori. Il pane in quel piccolo panificio all’angolo con via Ventimiglia aveva un profumo intenso che sentivi dalla piazza prima. Da adolescente in via Umberto passeggiavo con il mio amico Oreste, il sabato pomeriggio. In un piccolo teatro di via Umberto ho recitato per la prima volta. In un piccolo pub di via Umberto (si chiama “Tubo”) cenavo nei primi sabati sera di svago con gli amici di allora, e siccome il coprifuoco imposto da mia madre era fissato per le 21, costringevo i miei compagni ad andarci nel tardo pomeriggio. Cenare nel tardo pomeriggio è una bestemmia dalle mie parti. Ma passare il sabato al “Tubo” era troppo importante. A noi piccoli, quasi adolescenti, ci faceva sentire grandi…
Quella strada allegra, viva e gioiosa, animata da piccole botteghe, piccoli panifici, piccoli locali, piccoli teatri, piccoli bar… era il trionfo della dimensione del piccolo.
Adesso rimane poco di tutto questo…
Le piccole botteghe di via Umberto non esistono quasi più. Una tetra sfilza di saracinesche abbassate addobbate con squallidi cartelli vendesi o locasi hanno incupito quella piccola strada del centro di Catania.
Tutta colpa della crisi, certo, e dei grandi, giganti, mostruosi centri commerciali (Catania è una delle città con più alta densità al mondo di centri commerciali per abitante!) che nell’ultimo decennio hanno deturpato il paesaggio cittadino e sconquassato l’economia locale.

Nonostante tutto… mi pare che…

Piccolo è un aggettivo caro a noi italiani…
Piccolo è il luogo naturale degli italiani…
Piccolo accomuna e caratterizza noi italiani…

L’Italia era (e in parte lo è ancora) il Paese dei piccoli artigiani, delle piccole imprese, delle piccole fabbriche, delle piccole botteghe… I piccoli lavoratori si sono adoperati per rendere grande questa nazione. Grazie a loro questo Paese continua ad essere (nonostante la crisi che ci attanaglia…) uno dei più robusti e solidi del mondo. Sono cittadini lontani dal frastuono dei talk televisivi, dai megafoni dei telegiornali. Lavorano nel piccolo, con fatica e dedizione… senza strepito.

L’Italia, un piccolo stivale al centro di un piccolo mare, è diviso. Storicamente diviso. Ieri in piccoli stati, oggi in piccole regioni. Ogni piccola regione in piccole province. Ogni piccola provincia contiene piccole città e piccolissimi comuni. Ognuno con una specifica e distinta identità. Ognuno con il suo piatto tipico, la sua tradizione, la sua festa, il suo dialetto.

Le metropoli italiane sono piccole metropoli. Roma con i suoi due milioni e settecentomila abitanti è piccola se paragonata a capitali europee come Berlino, Londra o Madrid.
Anche i nuovi grattacieli di Porta Nuova a Milano sembrano fatti a misura di piccolo. E nel suo insieme il nuovissimo quartiere milanese delle vette di cemento conserva una dimensione umana (piccola) se paragonata alla Defense di Parigi o al quartiere londinese di Southbank.

Il primo, per importanza e prestigio, teatro stabile italiano lo si deve a quel genio artistico che è stato Giorgio Strehler. Era il 14 Maggio del 1947. Lo fondò in una Milano che usciva dalla guerra. Una Milano distrutta e a pezzi… e lo chiamò piccolo teatro.
Oggi quel teatro in verità non ha niente di piccolo. Ha tre sedi e una scuola, ed è stato addirittura nominato “Teatro d’Europa”…
Di contro la quantità di piccole realtà teatrali nel nostro Paese, che operano con dedizione nel territorio, sono una fucina di idee e sperimentazione che alimentano la creatività e danno un contributo alto in termini di divulgazione artistica, rendendo un servizio civico preziosissimo. Anche loro, lontane dagli strepiti e dai rumori dei megafoni dei media…

“Corriere dei piccoli” è stata la prima rivista settimanale di fumetti dell’editoria italiana. Dal 1908 fino al 1995 milioni di bambini italiani si sono appassionati alla lettura leggendo il “Corrierino”. Gianni Rodari, Dino Buzzati e Italo Calvino tastavano sui piccoli alcuni loro romanzi che uscivano a puntate sulla rivista. Bilbobul, Quadratino, Sor Pampurio, Marmittone e il geniale Signor Bonaventura… tutti piccoli eroi “made in Italy” che negli anni hanno formato è divertito i bambini italiani (me compreso).
Del resto l’attenzione per i piccoli in Italia è sempre stata altissima. Italiana era Maria Montessori (la prima donna laureata in medicina in Italia) che con il suo metodo ha fornito gli strumenti per educare i piccoli di tutto il mondo.

Italiani poi sono stati gli inventori delle piccole cose: Pellegrino Turri (ha inventato la macchina da scrivere), Guglielmo Marconi (ha inventato la radio), Galileo Galilei (ha inventato il telescopio), Bartolomeo Cristofori (ha inventato il pianoforte), Alessandro Volta (ha inventato la pila elettrica)… Piccoli oggetti che hanno rivoluzionato e sconvolto le vite di tutti gli abitanti della Terra…

E ancora Jacopo da Lentini ha inventato il sonetto (piccola poesia) e di immensità parla la poesia più breve (piccola) del mondo, anch’essa italiana (Giuseppe Ungaretti, Mattina: M’illumino d’immenso)…

Questa storia del piccolo sarà pure una banalità, come dire che gli italiani sono furbi, gentili, mammoni, brava gente; come dire che noi italiani mangiamo pizza e pasta e parliamo tanto ed alta voce…

Ovvietà, certo che rivelano una, seppur generica, genetica italiana.

A me sembra che questa dimensione del piccolo è (o potrebbe essere) un’opportunità per ripartire e costruire, specialmente in ‘sti tempi di maledetta crisi. Opportunità perché occasione di confronto, territorio di progettualità, possibilità di fare rete. Sarà pure un ripiego (la mancanza di denaro ci rimpicciolisce, certo), ma perché non provare, sperimentare e credere che in un mondo globalizzato (il mondo che diventa piccolo) la dimensione dell’umano può salvarci?

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In una traversa di via Umberto adesso ci vivo. Ho un balcone grande che dà proprio su quella strada. Dal quarto piano la via Umberto sembra grande grande. Le luccicose insegne che vedevo da bambino non esistono quasi più. Il “Tubo” sopravvive però, con il suo inconfondibile odore di patatine fritte. I McDonald’s che affollano la mia città non hanno scalfito il successo che quel pub continua a riscuotere, soprattuto fra gli adolescenti.

Nicola Alberto Orofino @nicalbe

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