…a proposito di padri, figli, teatri, e generazioni

Marcela Serli ha una goccia di sangue italiano che scorre nelle vene. Ma proprio una goccia e niente più, considerando il viavai transnazionale delle sue origini (video intervista #ItalianSelfie 28/11/2014). La sua prospettiva di sguardo sugli italiani è quella di una persona nata altrove, in una terra di golpe, di cittadini che scendono in piazza con ardore, di famiglie approdate 100.000 anni prima, partite di là dal mare.

Marcela ed io ci conosciamo dal secolo scorso (1994), e abbiamo condiviso esperienze estreme di militanza teatrale.
Che cos’è la militanza teatrale?
Ogni teatrante costretto a lavorare a poco prezzo per uno spettacolo in cui crede sa perfettamente a cosa mi riferisco. L’economia di mercato e la logica spesso incomprensibile dei finanziamenti pubblici, rendono la maggior parte degli attori di nuova generazione (concetto piuttosto ampio in termini anagrafici…) sempre più magri. Senza nulla togliere ai colleghi ciccioni, ovviamente adorabili, ma in carne per natura, mica perché si mangiano la paga a fine replica.

Parlare di padri e figli per noi che facciamo teatro significa anche parlare di teatro di tradizione (legato a regole stabilite in precedenza, inserito in luoghi ben precisi, considerati di prestigio e di potere culturale) e teatro di ricerca (che propone linguaggi stravolgenti, costretto alla periferia, allo spazio prova a costo zero, alla percentuale sull’incasso).
Il problema non è tra chi ha ragione o torto, né tra chi ha un certo tipo di gusto e chi invece apprezza l’esatto contrario.
In entrambi i modi di far teatro, lo scopo è quello di produrre bellezza, condividere intensità, alimentare senso, offrire al pubblico lenti d’ingrandimento sul mondo, attraversare buchi neri e orizzonti degli eventi relativi…e chi più ne ha meglio è.
La questione, che sembra suggerirci Marcela, sta nella divisione implacabile tra padri che temono di perdere uno scettro, e figli che soffrono di una mancata riconoscibilità per ogni traguardo faticosamente raggiunto.

Personalmente non credo che questo Paese cambierà nel momento in cui verranno dati più soldi alla cultura. Le cose potrebbero, forse, cambiare distribuendo il denaro in maniera differente, ma a monte la questione è un’altra: che tipo di dialogo è possibile tra teatro di tradizione e teatro d’innovazione? Tra padri e figli? Tra generazioni differenti?
Come uscire dal pantano dell’incomprensione:
tra un teatro tradizionale sordo a qualsiasi nota fuor di pentagramma, e un teatro innovativo privato di riconoscibilità e sostegno?
Tra padri (e madri) che impongono le stesse regole da generazioni, e figli che evadono da tutto?
Tra centenari sopravvissuti a guerre mondiali, e ventenni sepolti vivi da facebook?

Boh!

A me piace quel momento di silenzio assoluto che si esprime nel passaggio tra notte e giorno, in cui gufi e civette si ritirano, l’allodola non ha ancora annunciato un cavolo, e il gallo men che meno.
Il momento in cui nessuno recita una parte.
Allo stesso modo amo quell’istante possibile anche nel dialogo più complicato, in cui ci si scorda del proprio ruolo sociale, e si offre all’altro la parte più libera del proprio cervello. L’attimo in cui padri e figli vanno a farsi benedire, si distrugge ogni scala gerarchica, e si accende la miccia per una soluzione da trovare insieme.

Ringrazio 100.000 volte Marcela Serli e il suo sguardo argentino sul mondo, la sua voglia di ragionare su presente e futuro senza farsi ingabbiare dal passato.
Come a volerci dire che il passato è bellissimo, proprio perché è tale; il presente è misterioso, come tutto quel ch’ è eterno; il futuro è un punto interrogativo, ma anche, un possibile progetto…entusiasmante.

Irene Serini @Caleidoscopic1

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