La sorpresa

La sorpresa foto

Cerco di prendere in considerazione lo spazio-tempo in cui mi trovo, e la fragilità della mia persona. Cerco di sopravvivere a ritmicità frenetiche. Mi osservo: sembro il criceto nella gabbia che corre, ma resta perennemente chiuso in una ruota che gira a cavolo. Non guadagno terreno, e nemmeno lo perdo, purtroppo, che perdere significa pur sempre qualche cosa. Forse per questo un po’ di anni fa ho iniziato, assieme ad altri e come tanti, a indagare sull’identità. L’ho fatto con lo strumento del teatro, l’unico che conosco a fondo in termini di studio e di pratica.

Identità, che parola complicata. Necessita specifica. Quale identità? Personale? Collettiva? Lavorativa? Familiare, religiosa, politica, linguistica, sessuale, artistica, virtuale, umorale, cronica, biforcuta bulimica…?

E poi, che cosa è l’identità? Chi la determina? A chi serve ‘sta identità?

Cominciare a parlare di questo, richiederebbe chilometri di tempo a disposizione. Un’infinità poco congeniale alla sintesi. Però una scoperta tra le 100.000 fatte lungo il percorso d’indagine, la voglio ricordare: la mia identità, non la faccio da me, ma grazie a quella complicatissima (e quanto più enorme possibile) rete di relazioni umane, spaziali, temporali, in cui m’imbatto giorno dopo giorno.

Questa è la premessa.

Ora, se è vero che gli esseri umani sono spinti in avanti da una sete di conoscenza, da quell’assurdo e irrefrenabile desiderio di superare i propri limiti, dall’anelito di toccare con un dito il punto più alto dell’Universo. È anche vero che io, non faccio differenza in questo. Mio malgrado.

Mi preparo al salto quantico.

Da: chi sono io? A: chi siamo noi?

Noi chi? Noi italiani in questo caso.

Anche se lo so che è fuori moda chiederselo, che è una domanda a cui non sappiamo rispondere, ci da noia, c’induce alla fuga. Lo so che ci sentiamo romani, milanesi, catanesi, triestini, mantovani, genovesi, avellinesi, reggini e reggiani, parmigiani, trentini, cagliaritani, monfalconesi, barcolani, prosecchini…tutto tranne italiani. So anche che siamo entrati in Europa e adesso s’ha da fare gli europei, è troppo tardi per fare gli italiani. So, perché me l’hanno detto tutti, che gl’italiani non siamo affatto brava gente, e siamo un branco di anarchici ingovernabili da politica e giudizio. Lo so che gl’italiani puzziamo, c’abbiamo la rogna, siamo assassini e ladri, maschilisti, evasori fiscali, rubiamo in chiesa, quanno annamo all’estero ce riconoscono, parliamo a voce alta, lecchiamo culi, portiamo le borse ai potenti, chiediamo un aiutino, giochiamo all’enalotto, c’abbiamo avuto il Rinascimento ma ci attacchiamo al Gattopardo…e chi più ne ha meglio è basta faccia schifo!

Eppure amo le sorprese, e credo esistano a ogni angolo.

Infatti, ci fu un giorno, tanto tempo fa, in cui stavo male tipo cane abbandonato in autostrada. Mi chiedevo quale fosse il senso di una vita (la mia) costellata di errori, cadute, scelte stupide che non riuscivo a rinnegare…anche la mia città d’origine, Trieste, risultava al mio sguardo un errore, e il fatto di essere andata a vivere a Milano sembrava una specie di gioco di prestigio mal riuscito.

Insomma, il classico giorno nero.

Decisi di prendere un aereo a basso costo e atterrare a Catania. Trovai ad accogliermi Nicola Alberto Orofino, un appassionato gruppo di attori (che insieme a lui s’interrogava su un possibile rinnovamento teatrale della città), e ovviamente, il vulcano. Tanti furono gli accadimenti di quei giorni, la vita si prese la scena con toni di meraviglia. La sorpresa fu che in quel luogo così lontano da me, dalla mia storia personale, dalle mie abitudini quotidiane, dalla mia qualità di esternazione sentimentale, quel luogo in cui sembravo non c’entrare nulla e mi scambiavano per una turista tedesca, dove mangiavo più olio che carne dopo una vita passata a dieta ferrea, dove camminavo con lentezza, e dove il vulcano sputava, e il sole scottava, il cuore infiammava, lo sguardo brillava, proprio lì, mi capitò, di sentirmi a casa, e di ritrovar me stessa.

Quel luogo è il mio Paese, è Italia, tanto quanto Trieste e il Friuli Venezia-Giulia.

Fa ridere ma è così.

Sono siciliano cantava Lucio Dalla, e aveva ragione. Anche io lo sono. La Sicilia e i siciliani mi riguardano, come mi riguardano i luoghi più complicati, annodati e costantemente rifuggiti della mia anima.

Così inizia il viaggio: io e Nicola Alberto Orofino, due precari del teatro, considerati giovani pur essendo ormai decrepiti, amici e complici, pur non essendo mai stati amanti: bionda e moro, occhi verdi e occhi neri, femmina e maschio, triestina e catanese, attrice e regista, istintuale e razionale, sportiva e…antisportivo(!), leviamo le ancore dai nostri ristretti confini teatrali, salpiamo alla volta dei social network. Non è che la prima tappa di un lungo percorso che prevediamo di sviluppare anche con video interviste, attraversando strade e città italiane, per poi approdare nuovamente in teatro.

Lungo la rotta chiederemo ogni sorta di complicità ai nostri compatrioti, con l’anelito di sviscerare questa antica domanda in parte assurda:

Chi siamo noi?

Italiani?

Popolo di naviganti?

Popolo senza eroi?

Popolo di cantanti? …

Irene Serini @Caleidoscopic1

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...